A
causa di alcuni principi fondamentali della fisica (conservazione dell’energia,
azione e reazione, Pauli, Compton, etc.) siamo costretti a “pensare” l’universo
in una determinata maniera. Ad esempio, se vogliamo chiederci se sia possibile
ottenere un altro universo da quello attuale dobbiamo prima chiederci da dove
dovrebbe provenire l’energia per creare tale universo, visto che la quantità di
energia nel nostro è sempre costante e non sappiamo, dunque, se siano possibili
altri universi con livelli di energia maggiori o minori rispetto al nostro. La
domanda, in questo caso, diventa: sono ammissibili universi diversi dal nostro
con livelli di energia diversi? Il livello di un universo è dunque determinato
dalla sua energia? E se così fosse, esiste una costante energetica che
determina la stabilità o instabilità di un particolare universo? De Sitter ha
provato a rispondere a questo quesito dal punto di vista della metrica.
Wednesday, January 13, 2016
Friday, January 16, 2015
Il vicolo cieco della modernità.
# 2.
È davvero tanto difficile arrivare a capire che il malessere
che sta fagocitando l’uomo contemporaneo è il prodotto di categorie globali?
Proprio il fatto che ormai non si riesca neanche quasi più a percepire la
natura di questo malessere è, in sé, proprio l’elemento più preoccupante che
rivela, almeno in parte, la profondità del disagio
della civiltà. L’uomo medio, sia esso in Perù, Albania in Iran o in Cina,
ha sempre fatto - e continua a fare - le stesse cose da millenni (cambiano solo
i mezzi che gli vengono messi a disposizione e, dunque, le sue possibilità) e
non gli è mai interessato nulla di ideali, etica o di qualunque genere di
conoscenza che non fosse immediatamente applicabile materialmente - il mondo
gli interessa in maniera molto limitata e non si pone particolari domande sulla vita, sul
tempo, sull’universo o su qualunque altro grande tema che esuli dal semplice
mangiare, bere e dormire. Quando, però, l’uomo smarrisce la sua dignità di
essere, allora questi farà, senza alcuna remora o freno, tutto quello che gli è
consentito fare. Del resto, l’inconscienza dell’uomo contemporaneo è paragonabile
solo alla sua terrificante superbia.
Il problema della società globale è enorme e spaventoso perché
si è arrivati ad una cecità quasi totale di fronte ai veri problemi che
l’affliggono e, dunque, non si può neppure iniziare ad affrontarli, perché non
si ha più con chi sviluppare soluzioni possibili. Sono le nostre categorie concettuali
e sociali che non funzionano e queste, oltre al modo in cui crediamo di
conoscere, includono anche le presunte mete o ideali copiati, pari pari, dal
peggio che l'umanità abbia mai prodotto nella sua storia – Giulio Cesare o Machiavelli
sono, oggi, più studiati di Platone o Gandhi! Non è un’iperbole dire che l’uomo
contemporaneo è malato, alienato, omologato, sradicato dal mondo e da se
stesso. Egli si trova in questa situazione esistenzialmente drammatica e
materialmente catastrofica perché, paradossalmente, il suo allontanamento da sé
appare come una condizione necessaria per il funzionamento di una società
basata sulla menzogna condivisa e sull’interesse, o presunto tale, dei pochi
assurti al dominio dei molti. La stupidità è sì ovunque, ma senza questa
particolare stupidità questo modello di società non potrebbe ormai neppure funzionare!
Questo è il vicolo cieco della modernità: aver creato una società incapace di
funzionare senza la stupidità!
(Sergio Caldarella, Spunto
# 2. © 2015)
Wednesday, December 24, 2014
L'interesse autentico
# 12.
Fin troppa gente - in particolare questa gente - pensa sempre di sapere (o
di fare) il proprio interesse, ma se soltanto costoro sapessero quanto sono
lontani da loro vero interesse rimarrebbero allibiti dalla loro stessa follia
che gli lascia intendere sempre e solo una struttura dialettica fondata sulla
giustificazione e sulla plausibilità, non sulla razionalità e sulle conseguenze
logiche derivabili da un ragionamento. Non soltanto quest’ultimo approccio
sarebbe troppo complesso per le loro scatole craniche, ma sarebbe anche
contrario alla fondamentale immoralità del loro orientamento esistenziale e/o
concettuale. Il paralogismo, ogni paralogismo, è padre dell'immoralità (come
insegnava Socrate) per questo il primo obiettivo del potere è sempre
quello di distruggere la logica ed il ragionamento, affinché ogni conclusione appaia
come legittima e l’arbitrio possa sempre trovare una giustificazione qualunque
e motivare ogni sciocchezza o follia come le guerre, le sopraffazioni e il
darwinismo sociale attraverso cui si mettono gli uomini gli uni contro gli
altri, facendogli dimenticare chi è il loro vero nemico. Ricordando sempre che
“ragioni” e “giustificazioni” non soltanto non sono sinonimi ma, spesso,
antipodi. La deumanizzazione dell’uomo è un elemento centrale del meccanismo di
dominio, per questo l’etica è, da sempre, un ostacolo per i dominatori del
mondo. Socrate dovette morire proprio perché era un pensatore etico e autentico.
(Sergio Caldarella, Appunto # 12. © 2014)
Sunday, February 23, 2014
L’ideologia dell’imperfezione
# 1.
In un contesto culturale in cui non esisteva ancora la perfettibilità, l’arte o la cultura si ponevano sempre su uno sfondo teso al raggiungimento della perfezione di un’opera, di una poesia, di un quadro o una sinfonia, ma anche di un qualunque altro oggetto artigianale e semplice. Una cultura che ha invece introdotto nelle sue categorie l’idea di evoluzione continua riterrà che questa sia l’essenza e il contenuto dell’operare anche nelle arti e nelle professioni e così non crea più un prodotto, un tempo detto “finito”, che sia davvero tale, ma realizza una lunga serie di versioni imperfette e continue, il noto “1.1”, “1.2”, etc. tipico del software e del linguaggio dei programmatori. Forse ad alcuni apparirà strano, ma questa nuova impostazione ideologica è anche il frutto dell’acquisizione di concetti darwiniani nel tessuto della cultura di un’epoca o di una società. Lentamente, ma inesorabilmente, il fraintendimento delle idee darwiniane ha oltrepassato l’ambito della biologia per entrare a far malamente parte della cultura e dell’ideologia di un’epoca che disconosce ormai misura e armonia per andare solo nella direzione di quantità e peso.
(Sergio Caldarella, Spunto # 1. © 2014)
In un contesto culturale in cui non esisteva ancora la perfettibilità, l’arte o la cultura si ponevano sempre su uno sfondo teso al raggiungimento della perfezione di un’opera, di una poesia, di un quadro o una sinfonia, ma anche di un qualunque altro oggetto artigianale e semplice. Una cultura che ha invece introdotto nelle sue categorie l’idea di evoluzione continua riterrà che questa sia l’essenza e il contenuto dell’operare anche nelle arti e nelle professioni e così non crea più un prodotto, un tempo detto “finito”, che sia davvero tale, ma realizza una lunga serie di versioni imperfette e continue, il noto “1.1”, “1.2”, etc. tipico del software e del linguaggio dei programmatori. Forse ad alcuni apparirà strano, ma questa nuova impostazione ideologica è anche il frutto dell’acquisizione di concetti darwiniani nel tessuto della cultura di un’epoca o di una società. Lentamente, ma inesorabilmente, il fraintendimento delle idee darwiniane ha oltrepassato l’ambito della biologia per entrare a far malamente parte della cultura e dell’ideologia di un’epoca che disconosce ormai misura e armonia per andare solo nella direzione di quantità e peso.
(Sergio Caldarella, Spunto # 1. © 2014)
Saturday, December 28, 2013
La scienza e la vita
# 11.
Edmund Husserl,
nel suo ultimo scritto Die Krisis der
europäischen Wissenschaften und die transzendentale Phänomenologie (trad
it. La crisi delle scienze europee e la
fenomenologia trascendentale: introduzione alla filosofia fenomenologica,
Il Saggiatore, 1961), tema sul quale pare abbia lavorato dal 1934 almeno fino
al 1937, l’anno prima della sua morte, mette in discussione il modello di
scienza occidentale che, sulla strada dell’efficienza, ha ormai smarrito la
ricerca del giusto. In altre parole si potrebbe dire che questa scienza ha in
sostanza ha dimenticato Platone e la tradizione greca antica. In particolare
Husserl critica l’oggettivismo che ha ingollato la Lebensbedeutsamkeit, il significato per la vita e, dunque, la crisi
della scienza si presenta come il prodotto della «riduzione positivista dell’idea
di scienza a mera scienza fattuale. La “crisi” della scienza come perdita del
suo significato per la vita» (§2).
(Sergio
Caldarella, Appunto # 11. © 2013)
Thursday, December 5, 2013
Distracted from distraction by distraction
# 10.
Parlano sempre di
quello che credono gli piaccia o non piaccia, credendo che la diversità dei
gusti sia anche una diversità dello spirito. Riescono a cianciare instancabilmente
per ore ed ore: “adoro il rosso, non mi piace il verde, le mele mi fanno
schifo e le pesche le mangerei anche di notte...” e pensano che
l’esistenza sia tutta lì, nel rosso, il verde, le mele e il decotto di prugne.
E invece si tratta solo solo dell’ennesima povertà intellettuale e spirituale
che vuol porre, ancora una volta, il mondo intero sotto la sua miserrima cappa.
Quest’uomo dalla faccia e dal cuore stravolti è l’homo novus: “Distracted from distraction by distraction” (T.S. Eliot, Four Quartets) che non si è ancora accorto che un’epoca è già
terminata e non con un boato come si aspettavano o volevano alcuni, ma
scivolando lentamente in un mondo nuovo in cui l’uomo è stato trasformato in una modesta epitome di se stesso, una copia carbone di un
modello deciso a tavolino da quattro furboni; un’epoca triste e terribile in cui
guai a non volere le stesse cose che tutti vogliono, guai a non diventare figli
della stereotipia che promette felicità e produce il suo contrario (vedi “I
giovani infelici” nelle Lettere Luterane
di Pasolini). In The Hollow Men (“We
are the hollow men / We are the stuffed men / Leaning together / Headpiece
filled with straw...”, 1925) T.S. Eliot scriveva che il mondo non finirà con un
boato, ma con un piagnucolio, Not with a
bang but a whimper, e l’epoca nuova, confermando quella profezia, non ha
prodotto alcun boato, ma si sta invece esaurendo in uno straziante squittio di
nulla.
(Sergio Caldarella, Appunto #
10. © 2013)
Tuesday, December 3, 2013
Fare i conti con la storia
# 9.
Nietzsche aveva profondamente ragione quando scriveva che non abbiamo fatto i conti con la storia, anzi, la nostra società, proprio perché vuol caparbiamente continuare sulla via dell’oppressione e della sopraffazione dell’uomo sull’uomo, si muove proprio nella direzione opposta a qualunque possibilità di fare i conti con la storia.
(Sergio Caldarella, Appunto # 9. © 2013)
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